Continua la serie che Franceed ha creato con Radio Franchise. In ogni puntata smontiamo un problema del recruiting di franchisee che sembra normale — finché non lo guardi davvero. Oggi: cosa succede quando il processo vive nella testa di una persona sola.
“A che punto siamo con quel candidato?”
“Aspetta, glielo chiedo.”
Se la risposta alle tue domande sul recruiting è sempre “chiedo a lui”, il processo non ce l’hai tu, ce l’ha una persona. In testa.
Funziona — finché quella persona c’è, si ricorda tutto e non salta un follow-up.
Ogni candidato riceve una risposta diversa, in tempi diversi, con un tono diverso. Qualcuno aspetta una settimana. Qualcuno non viene mai richiamato. E il tuo brand, davanti al candidato, sembra ciò che in quel momento è: improvvisato.
Guardala. Poi fatti una domanda: il mio processo, oggi, a chi è appeso?
Artigianale o industriale?
Nella seconda puntata Francesco e Luca Fumagalli — www.lucafumagallibusiness.it — affrontano il passo successivo alla raccolta: ho cinquanta candidati aperti, come li gestisco senza impazzire? La risposta che si danno quasi tutte le reti è: a memoria. “Gli devo mandare il documento… ma gliel’ho già mandato?”, “Mi aveva chiesto di richiamarlo lunedì… quale lunedì?”.
Luca la mette in una formula: esistono due modi di reclutare, quello artigianale e quello industriale. L’artigianale è bellissimo finché fai pochi pezzi — ogni candidato un caso a sé, gestito a sentimento. Ma il giorno in cui i candidati diventano tanti, e soprattutto vuoi che se ne occupino anche altri al posto tuo, l’artigianale non regge. E industriale non significa freddo: significa che esistono tappe standard che ogni candidato attraversa nello stesso ordine.
Il candidato che perdi è quello in sospeso
Quando le tappe del percorso diventano visibili — un tabellone dove ogni candidato è una scheda che avanza di colonna in colonna — succedono due cose: vedi in tre secondi a che punto è tutta la selezione, e nessuno resta indietro, perché salta all’occhio chi è fermo nella stessa casella da troppo tempo.
Ed è questo il punto saliente della puntata: il candidato che perdi definitivamente non è quello che dice di no: quello almeno lo sai. Il candidato che muore è quello in sospeso — “doveva richiamarmi lui”, “aspettavo i suoi dati” — mentre passano tre settimane e si raffredda in silenzio.
C’è poi il fronte comunicazione: se ogni persona che parla col candidato gli racconta una versione un po’ diversa, la fiducia si incrina. E nel franchising il candidato sta valutando se affidarti i risparmi di una vita: la coerenza non è un dettaglio estetico, è la sostanza della credibilità.
Standardizzare la struttura, non la relazione
La soluzione discussa in puntata non è “ripetiamoci le stesse cose tra noi del team e speriamo che ognuno sappia sempre cosa fare”: sono modelli pronti (la mail di benvenuto, il documento informativo sempre nell’ultima versione, il promemoria post-colloquio) e automazioni che tolgono alle persone le cose che si dimenticano — il candidato compila il form e la brochure parte da sola; passano quarantotto ore senza richiamo e scatta il promemoria a chi se ne deve occupare.
L’obiezione classica — “ma così tratto i candidati come numeri” — viene ribaltata: si standardizza la struttura, non la relazione. Che ogni candidato riceva la brochure entro un’ora è struttura; quello che vi dite al telefono resta umano e su misura. Il metodo serve a liberare tempo per essere più umani, non meno.
- Un processo uguale per ogni candidato — non dipende da chi se ne occupa quel giorno
- Ogni interazione registrata: chiamate, email, appuntamenti, documenti inviati
- Follow-up automatici: nessun candidato dimenticato per giorni
- Se una persona del team manca, il processo continua. La storia di ogni lead resta.
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